Una madre precocemente vedova innamorata dell’unico figlio, bello e aitante; talmente affezionata e gelosa da non poter sopportare l’idea che il suo pupillo possa avere una relazione sentimentale con qualcuno. Ma chi è questo qualcuno, ammantato di mistero?
Il romanzo di Maria Simeone, Quel centimetro nascosto di cuore, più che un romanzo sembra un racconto lungo, o meglio, un articolato soliloquio della protagonista e unico punto di vista della vicenda, la madre gelosa in oggetto. Non esistono punti di vista alternativi o sottotrame: l’attenzione dell’autore e di conseguenza del lettore è focalizzata esclusivamente sulla sua personale vicenda, ovvero l’elaborazione di un cambiamento che si ripercuote profondamente all’interno delle dinamiche madre-figlio, nelle speranze e nei formalismi mutuati dai bigottismi della società.
Per quanto sia tecnicamente ben scritto e formalmente piacevole, la scelta stilistica di collocare il punto di vista narrativo esclusivamente sul personaggio della madre e di narrare la vicenda in prima persona al tempo presente, fa sì che il romanzo suoni come una specie di diario, di flusso di coscienza, rischiando di renderlo irritante ed egocentrico.
Sempre sulla stessa linea infatti sono anche le scelte di alcuni passaggi, in particolare quelli conflittuali, il finale ed i dialoghi, che suonano poco spontanei e piuttosto costruiti.
Nel complesso quindi un romanzo che per certi versi, specie per il contenuto, può risultare utile e interessante poichè ricalca situazioni potenzialmente reali in ambito famigliare, ma che può risultare poco convincente per via delle scelte stilistiche che lo caratterizzano.
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