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Annessi & Connessi
Per noi, i libri sono una faccenda personale. Benvenuto!
Postato da Legione il 17 Maggio 2015

http://annessieconnessi.net/una-notte-di-ordinaria-follia-a-filisdeo/

Un po’ di spacconate, un po’ di humor nero, un po’ di splatter, un pizzico di pulp: Una notte di ordinaria follia di Alessio Filisdeo è un mix ben equilibrato di scene di violenza allucinata, scene genuinamente originali e horror dagli accenti più classici. Questo ebook dalla brevità fastidiosa suona quasi come un antipasto ad [...]

 

Post Taggati ‘horror’

Lo schiavo del tempo – A. Rice

Postato da Legione il 8 Dicembre 2009

Come spesso accade, penso, a tutti i maniaci compulsivi della lettura, talvolta si vogliono prendere in mano certi libri dei quali conosciamo bene l’autore, il suo modo di scrivere, l’argomento ci è congeniale ecc, anche se non conosciamo approfonditamente la trama della storia specifica che ci accingiamo a leggere.
E’ un po’ come andare in pizzeria e prendere veriazioni sul tema della nostra, amata, pizza preferita.
Questo è ciò che ci ha spinti nel prendere in mano questo volume, “Lo schiavo del tempo” di Anne Rice. Ne abbiamo letti molti, di suoi libri, con fortune alterne. Ineguagliabili le sue cronache vampiriche, sempre un po’ particolari e controversi i suo romanzi che escono dal solco da lei stessa tracciato. Con questo volume ci troviamo appunto in quest’ultimo caso.
Uno storico, Jonathan (un caso?), si trova bloccato in una baita in montagna, gravemente ammalato ed in fin di vita. Come un dono dal cielo, ecco arrivare un bellissimo giovane dai folti capelli neri e dallo sguardo carico d’amore. Lo cura, lo salva, ed in cambio chiede che la sua storia venga raccolta, scritta e resa pubblica.
Qui inizia il racconto del giovane Azriel, ebreo vissuto ai tempi dell’antica Babilonia ed ucciso barbaramente da negromanti incompetenti. Nasce così Azriel sotto nuova forma, uno spirito potentissimo, nato per fare del male e per essere schiavo dei suoi padroni, attraverso i secoli, ancorato alla terra mortale dalle sue stesse ossa d’oro.

Anche in questo romanzo abbiamo il leit-motiv della cronaca, lo stesso protagonista delle vicende narra al lettore la sua vita e la sua grama esistenza, con dovizia di paricolari. Al solito, la scrittura barocca della Rice permette di calarsi in queste atmosfere al di fuori del tempo.
Altro carattere distintivo è come sempre la caratterizzazione dei personaggi, carichi di sensazioni e sentimenti, lo sguardo sempre puntato verso l’interiorità, i pensieri e le emozioni.
Come spesso accade nei romanzi/cronaca, anche Lo schiavo del tempo non ha una vera conclusione, risolve le questione pressanti della narrazione ma lascia in sospeso moltissime domande, delle quali Azriel, in quanto protagonista e non narratore onniscente, non può conoscere le risposte.
Un romanzo forse poco noto all’interno del prolifico repertorio della Rice, ma che merita di essere letto con attenzione, per lasciarsi trasportare da questo protagonista, bellissimo come tutti i figli immortali che ci ha regalato l’autrice, che tenta di scoprire sè stesso e cerca di salvare l’Uomo per il quale nutre amore, odio ed invidia allo stesso tempo.

La Bambina Che Amava Tom Gordon – S. King

Postato da Legione il 15 Ottobre 2009

Questo è forse uno dei romanzi meno noti del Re del Brivido, l’abbiamo scelto perchè era uno dei pochi rimasti sullo scaffale alla lettere K che non avevamo ancora letto ed eravamo incuriositi. La trama è molto semplice: una bambina si perde nel bosco. Basterebbe da sola a suscitare paure ataviche come quella del buio e del babau nell’armadio, e King lo sa bene: da sempre sfrutta le nostre paure più antiche per allestire i suoi romanzi.
La storia si dipana in stretto ordine cronologico, seguendo le vicende della povera Trisha che, per una leggerezza, si trova a girovagare da sola, speduta e spaventata nei boschi che vanno dal Maine fino al Canada. Altra caratteristica dei romanzi Kinghiani, la commistione tra l’orrore soprannaturale e quello naturale e reale: come se non bastassero le zanzare, le vespe, la fame, la sete ed il freddo, una presenza inquietante la segue, e sembra anche grottescamente intelligente.
La bambina sarebbe finita in breve tempo, se non riuscisse a trarre la forza di andare avanti ispirandosi al suo idolo: Tom Gordon, appunto.
Niente da dire sulla trama, i brividi li mette davvero, il desiderio di vedere come riuscirà a tirarsi fuori dai guai la piccola Trish manda avanti il lettore divorando pagina per pagina questo volumetto certo non ponderoso, almeno secondo i paramentri a cui ci ha abituati l’autore.
Qualche piccola nota stonata, però, risuona, e la potremmo collocare nello stile di scrittura. A volte il narratore onniscente insinua pensieri che forse esulano troppo da una mente infantile di una ragazzina di una decina d’anni, creando una dissonanza. In altri romanzi non siamo incorsi spesso in questo tipo di licenza stilistica, quindi in questo caso la cosa è risaltata di più.
Tutto sommato comunque resta un ottimo libro da leggere tutto d’un fiato.

Dracula – B. Stoker

Postato da Legione il 5 Settembre 2009

Trama: quando il giovane avvocato Jonathan Harker è inviato in Transilvania per affari, si trova costretto ad affrontare le sue terribili paure. Perché il suo ospite e carceriere altri non è che il Conte Dracula, il leggendario vampiro.

Dopo aver letto Lasciami Entrare di Lindqvist non potevamo non interessarci al romanzo che, se vogliamo, ha dato il via a tutta la letteratura vampiresca dell’ultimo secolo. Ci ha stupito -ma forse non più di tanto- ritrovare nell’opera di Stoker tutto quello che “sapevamo” sui vampiri e che avevamo imparato dalla filmografia di genere, o (perché no?) da Dylan Dog. In fondo, il vampiro dello scrittore è esattamente quello che ha portato questa icona dell’orrore alla ribalta rendendolo un archetipo della paura ben radicato in ognuno di noi.
Il vampiro di Stoker è forte, fortissimo, dalla sensualità tanto forte e irruente quanto ambigua, capace di ammaliare e uccidere con una crudeltà inimmaginabile. Accanto a questa forza, a bilanciare abbiamo le sue debolezze più famose, magistralmente orchestrate per renderlo credibile. Questo essere immondo è incastrato perfettamente nel mondo descritto da Stoker, il mondo reale del ‘900 che non deve essere stravolto per giustificare l’esistenza del mostro: Dracula è inserito nella realtà come ognuno di noi, forse anche meglio, e si muove seguendo e combattendo le regole fisiche e sociali senza che queste debbano piegarsi alla semplice sua esistenza. Forse è proprio in questo il punto forte del romanzo. Fatta eccezione per i suoi poteri soprannaturali, il Mostro non è riconoscibile, non ha segni tangibili della sua diversità. “Ecco perché si dice che il vampiro sia invisibile allo specchio. Egli c’è, ma noi non lo riconosciamo, dal momento che il nostro stesso viso lo cela”. È difficile, difficilissimo creare un essere sovrannaturale ben bilanciato, capace di fare si paura ma anche di risultare credibile e non tanto forte da sfondare nel ridicolo. Il Dracula di Stoker centra il bersaglio e fa punteggio pieno.
Un po’ meno i protagonisti del racconto, omaccioni senza paura capaci di sciogliersi in lacrime non appena la bella Mina accenna anche una sola invocazione a Dio. La costruzione dei sei antagonisti di Dracula è decisamente surreale, stona con l’atmosfera realistica che permea il romanzo e forse è l’unico difetto del libro di Stoker che viene comunque irrimediabilmente rovinato da questa macchia. Del resto, il Dracula del libro è praticamente invisibile, lo vediamo incessantemente solo nei primi capitoli per passare poi a delle apparizioni tanto sporadiche quanto brevi e non “pericolose”. I sei eroi ci raccontano l’avventura attraverso i loro occhi, se vogliamo chiamarli così, occhi che -per quanto capaci di spaziare i più diversi stili narrativi- sono troppo pieni di una fede palesata e sensibilmente fittizia per avvincere il lettore nel profondo. È un peccato, ripetiamo, perché la storia ha tutte le carte in regola per essere appassionante, avvincente, travolgente e chi più ne ha più ne metta. Stoker riesce a creare un buon “novanta per cento” di capolavoro buttando alle fiamme la possibilità di diventare immortale solo per tessere le lodi di un Dio -poi perché proprio lui? Perché le croci e non anche i versetti del Corano?- che ovviamente non si degna mai di intervenire e aiutare i suoi fedeli nella distruzione del Mostro. Ok, certo, siamo nell’Inghilterra del 1890 e questo è sicuramente un segno del tempo, ma non ci sarebbe dispiaciuto vedere Stoker “tirar fuori le palle” e riuscire a metter giù dei personaggi un po’ più credibili. Nonostante questo, diamo a Cesare quel che è di Cesare e non ci stanchiamo di ripetere che il Dracula di Bram Stoker è un capolavoro, il capostipite della letteratura vampiresca che ha partorito quel mostro capace di entrare negli incubi di tutti in meno di un secolo. Tanto di cappello.

Recensione scritta da RM

Rose Madder – S. King

Postato da Legione il 11 Agosto 2009

Abbiamo rispolverato questo romanzo, certamente non dei più recenti, che ci pareva di aver letto in passato ma che non ricordavamo per nulla.
In effetti qualcosa ci era sfuggito, perchè rischiavamo di dare per letto un romanzo per il quale valeva certamente la pena di impiegare il tempo.
Rosie, una giovane moglie piegata da un marito intrattabile, sadico e violento, dopo 14 anni riesce a svegliarsi dal suo torpore e lascia casa e consorte.
Inizia così un lungo e difficile percorso nel quale cerca di crearsi una nuova esistenza ed un futuro, mentre Norman, il marito abbandonato, scende sempre di più in lunghe spirali di follia per cercare la sua vendetta. (Qui la trama completa del romanzo, molto molto spoiler)
Come a volte accade nei romanzi di King, questo è un romanzo horror, ma non fino ai punti che ci si potrebbe aspettare. L’aspetto soprannaturale è importante, cruciale, senza dubbio, ma il vero orrore, il vero incubo che King riesce ogni volta a somministrare, non è costituito da questo. Il vero terrore è l’abisso delle menti umani malate, il sadismo, la vessazione, la prevaricazione, i modi sempre nuovi in cui un uomo può ferire e far soffrire. La dimostrazione di quello che l’uomo in quanto tale è in grado di partorire, il mostro aberrante che è in grado di diventare.
Questo romanzo è anche una fiaba simbolica che disegna in teneri tratti la rinascita di una donna che dapprincipio non possedeva nemmeno una descrizione fisica, per poi diventare bellissima, con doti insospettate, in grado di amare e di farsi amare da un uomo per bene. In grado di difendere quello che con dolore ha conquistato, in grado di vivere, più semplicemente, la vita che si merita. Una specie di dolce riscatto per tutto quello che ha dovuto patire. Questa è una caratteristica abbastanza comune nei romanzi di King, una specie di leitmotiv che addolcisce certi tratti di crudezza: ci comunica che nella sua ottica il Male a senso unico, immotivato, è raro, e che se avviene per contro ci sarà una riscossa, un lieto fine, la vittoria del Bene, per farci dormire sonni tranquilli dopo tanto orrore.
Infine, carino il gioco di parole con il titolo: il nome si riferisce ad un personaggio ben preciso nella trama e in inglese è il nome proprio di un colore, il “rosa di robbia”, ma vogliamo notare l’assonanza con la parola “madness”, pazzia? Nulla è per caso, Fedele Lettore.

Lasciami entrare – diretto da T. Alfredson

Postato da Legione il 3 Luglio 2009

Come avevamo preannunciato tempo fa qui, abbiamo finalmente visto il film tratto dal romanzo di Linqvist omonimo, “Lasciami entrare”.
Come avevamo già accennato per il libro, che ci era piaciuto molto, anche in questo caso l’influenza dello stile nordico si fa sentire non poco. Indubbiamente questo film non si può certo dire che sia ricco di mordente e dal ritmo incalzante, anzi.
Abbiamo trovato molto ben sviluppato il personaggio di Eli, la scelta dell’attrice è stata calzante, per contro abbiamo trovato una perdita di spessore di praticamente tutti i personaggi, principali e secondari, una semplificazione estrema di una storia che possedeva certamente un intreccio interessante.
Ci siamo domandati anche che tipo di idea uno spettatore è in grado di farsi assistendo solo alla visione del film, senza aver letto il libro in precedenza e quindi senza conoscere gli effettivi sviluppi della storia. A nostro avviso, questo film costituisce esattamente una riduzione del romanzo, nel senso letterale del termine, una specie di Bignami che alla fine lascia poco allo spettatore, al contrario di come invece fa l’opera originale.
Non viene spiegato per nulla chi sia effettivamente Eli, viene lanciato il sasso (nella scena clou a casa di Oskar, che è stata modificata e semplificata anch’essa) e ritirata la mano; non assume alcun tipo di importanza nella profondità del personaggio di Eli la figura di Håkan, del quale sappiamo nulla (qui appare addirittura felice di fare quello che la ragazzina gli chiede!); indizi vaghi sulla vacuità della madre e del padre di Oskar; e l’elenco delle mancanze potrebbe essere ancora molto lungo.
Insomma, in sintesi questa trasposizione non ci ha particolarmente entusiasmati, se la storia potrebbe essere di vostro interesse vi consigliamo vivamente di procurarvi il libro e di scordarvi tutto il resto.

Lasciami entrare – J. A. Lindqvist

Postato da Legione il 11 Giugno 2009

Oskar ha 13 anni, ed è vessato dai bulletti della scuola, picchiato e seviziato in modo crudele, umiliato ogni giorno qualunque cosa faccia. Non ha amici, occupa il suo tempo ritagliando articoli di giornale sui serial killer.
Eli ha lunghi capelli neri ed un faccino da bambola. Parla in modo strano, è molto poco pulita e vive insieme ad un uomo dall’aria disperata che lei definisce suo padre. Eli esce solo di notte e si muove agile come un gatto.
Lacke, Virginia, Jacke, i loro amici, costituiscono il gruppetto del ristorante cinese, si riuniscono a condividere alcolici e pallide speranze sul futuro.
Le loro vite si intrecciano in modi inaspettati in questo romanzo così particolare fino al lieto fine, se tale si può definire.

Questo romanzo viene catalogato come horror per i temi trattati, anche se potrebbe accostarsi meglio al genere drammatico e di formazione.
Un romanzo caratterizzato più dalla tristezza e dalla solitudine, descritte con efficacia, dei giovani protagonisti, che non alla questione horror tout court. Probabilmente evidenzia anche una realtà giovanile che si accosta molto alla verità, in particolare negli avanzati paesi del nord Europa; che tratta in modo anche piuttosto crudo e disincantato, senza censure o giri di parole, il tema sempre purtroppo attuale della pedofilia.
Un romanzo da leggere, masticando man mano le parole e le immagini, le scelte e il fato che portano i vari personaggi ad incrociare i loro cammini.
Ci ha ricordato molto “It” e “L’ombra dello scorpione“, di Stephen King, per il messaggio di crescita, per la delineazione di un mondo cupo e minaccioso, che, in questo caso, è terribilmente verosimile e nella descrizione dei personaggi, così terribilmente umani e allo stesso tempo coraggiosi, schiacciati dalle circostanze.
Un romanzo che incatena alla lettura, attimo dopo attimo sempre di più, dipanando le storie, modificando i cuori e le realtà dei protagonisti, e anche un po’ i nostri.

Pochi inutili nascondigli (II parte)

Postato da Legione il 28 Maggio 2009

segue da qui

“La ragazza che guardava nell’acqua”
Oh… Ecco, forse l’unico modo per descrivere appieno questo racconto è solo questo, un sospiro. Un racconto che in prima battuta ti spiazza, e non per forza in positivo, per come si propone. Scritto in prima persona, su un personaggio decisamente singolare. Gli scettici della partenza si saran ricreduti dopo qualche pagina: un racconto dolcissimo, scritto con parole semplici, come se la voce narrante fosse un bambino, e per certi versi lo è, toccante, delicato, stupendamente surreale, la storia veloce di un deux ex machina di particolare dolcezza. In contrapposizione con “Graffiti”, che è l’equivalente dello stridio delle unghie su una lavagna, questo racconto è… un languido sguardo di occhi buoni ed un naso umido e timido. Finito con le lacrime agli occhi.

“L’ospite d’onore”
Scritto magistralmente, da autore brillante quale Faletti sicuramente è, anche se cerca di camuffarlo in altre cose. Un racconto dal ritmo talmente serrato di similitudini, lazzi ironici, voli e paragoni impossibili, che regge solo per il fatto di essere breve. Così come il precedente ci aveva strappato una lacrimuccia, questo ci ha portato ben più di una volta alla risata liberatoria. Una trama non male, con il consueto finale soprannaturale e decisamente sospeso, che lascia intendere ma non del tutto chiaramente. Secondo noi questa è la prova che Faletti non dovrebbe rinnegare le sue origini brillanti: un sano giallo, poco noir con qualche pennellata di ironia e comicità, senza scadere nello sguaiato, potrebbe riportare la sua fama ai livelli che merita.

“Physique du role”
Uhm, mi verrebbe da dire classico, un racconto meta-cinematografico, una storia che diventa realtà. Non male, carina l’idea meccanica che ne sta alla base, ben delineato il personaggio principale, con una introspezione chiara fin da subito, che verte sui desideri notturni del protagonista. Molto descrittivo, molto ben evocative le immagini, anche perchè si parla di cinema. Finale negativo, o meglio, una “brutta fine”, indovinabile. Carino, ben scritto, ma niente di particolamente innovativo a confronto del resto, ben scritto e poco di più.

Pochi inutili nascondigli – G. Faletti

Postato da Legione il 26 Maggio 2009

Abbiamo letto “Pochi inutili nascondigli” in attesa dell’ultimo libro di Giorgio Faletti, “Io sono Dio” che speriamo di avere presto tra le mani. Per quanto noi lo stimiamo come persona e come comico, purtroppo ci siamo trovati spesso a non parlare molto bene di lui come scrittore.
Parlando di questo volume che raccoglie una serie di racconti, è evidente l’influenza Kinghiana, il tentativo di avvicinarsi al suo stile nei quali spesso il Maestro si diverte a giocare su stravaganze ancora più ardite di quelle che riserva per i suoi romanzi, risultando sempre affascinante. La similitudine però finisce qui: aprire un libro di King, come ci piace dire, è come accomodarsi nella tua vecchia poltrona preferita, dopo le prime due o tre pagine di assestamento sui cuscini, la senti avvolgerti e sostenerti caldo e comodo fino alla fine. Faletti invece, ha qualcosa che stona, non solo nei contenuti, ma proprio nella scrittura. Per carità, i moti di spirito sono sempre geniali e strappano più di un sorriso, ma la prosa a volte troppo dettagliata, forzata nel particolare che magari il lettore già ha capito di suo, rende la lettura incespicante, sebbene la ricercatezza delle frasi sia palese. Non si può dire che, nonostante i temi trattati e la cura della narrazione, sia sempre una lettura scorrevole.

“Un gomma e una matita”
Come esordio della raccolta è una toppata clamorosa, per chi almeno bazzica nell’horror/fantascienza da un po’ ed abbia letto King quel che basta per trovare in questo racconto un ricalco dei suoi lavori. Un racconto con del potenziale, ma nemmeno poi molto originale, che prende spunto (forse, chissà) da un certo personaggio (cacciato dentro a forza per salvare la trama, ammettiamolo) che appare alla fine de “La torre nera” e che risulta infine la chiave risolutiva di tutta la saga. Un racconto con pretese horror ma che secondo noi scade più nello splatter, durante il quale brilla per assenza una reale introspezione del protagonista, che cambia radicalmente carattere dopo aver scoperto le potenzialità distruttive di una gomma e una matita. L’effetto del cambiamento lo si legge negli altri personaggi e dalle sue azioni, ma la reale introspezione si riscontra solo alla fine e solo in senso sbrigativo, lasciando un po’ di sapore dubbioso in bocca. Ma nemmeno poi tanto, in fondo, solo confortati che il racconto sia finito.

“L’ultimo venerdì della signora Kliemann”
Ecco, questo racconto si discosta un po’ dal solco Kinghiano, in senso felice, sebbene mantenga una certa aura di inverosimiglianza fino alla fine (per tutto il racconto è inverosimiglianza mal riposta, mentre al termine si raggiunge l’apice del soprannaturale). Ben scritto, ben tratteggiati i personaggi, forse più incisivi quelli di sfondo che non i protagonisti, è evidente come Faletti stia parlando di posti e persone a lui noti veramente (non a caso parla di Capoliveri, vogliamo scommettere che esiste davvero un baruccio al cui tavolo siedono sempre i soliti quattro a far passare le ore?). A volte ridonda un po’ di domande nella testa del protagonista, sempre le stesse, ripresentate sempre in fogge nuove. E ammettiamolo: per tutto il racconto abbiamo pensato storcendo il naso che fosse una versione falettiana di “Weekend con il morto”, ma la scrittura sufficientemente incalzante ci ha fatto tenere duro fino alla fine, per scoprire che la realtà era meno grottesca. Ma solo di poco… Toccante il finale, o meglio, la conclusione dell’intreccio, pervaso da una certa malinconia che concede un punto di valore aggiunto a tutto il racconto.

“Graffiti”
Uhm… un racconto decisamente particolare. Ben strutturato, teso, in un crescendo di normale aberrazione umana fino alla conclusione completamente surreale. Un racconto certamente simbolico, con una morale piuttosto evidente. Ben scritto, con la delineazione di un personaggio semplicemente corrotto, nell’accezione di disfacimento, dalla sua stessa ira che nutre ed alimenta giorno per giorno e che infine lo conduce, inconsapevole, alla resa dei conti. Un personaggio da romanzo, con un finale che solo un racconto può permettersi. Se proprio si desidera trovare una pecca in questo brano è la delineazione eccessivamente perfetta della corruzione dell’anima del protagonista, che infine ottiene la sua giusta ricompensa. King ci ha spesso abituati a vedere il Male e l’evento soprannaturale, sia a ripagare le cattive condotte, come vendetta, e sia, e forse soprattutto, che piova come ennesima sfiga su persone tecnicamente normali, nè troppo buone, nè troppo cattive. Perfidamente e perfettamente in disfacimento, quindi, il protagonista, ma è davvero l’unica nota su un racconto che stupisce.

“Spugnole”
Un racconto particolare, molto racconto e poco horror fino alla fine. Evocativo, ben descrittivo, quel genere di racconto che fa domandare al lettore che cosa ci faccia in una raccolta definita come thriller. Lungo rimuginare su vari aspetti della campagna, pregevole, fino alla parte conclusiva del racconto ovvero la parte succosa, dove sta il fulcro del racconto. Ed il finale… Kinghiano anche lui, surreale all’estremo, ma chissà com’è che l’irreale di King è più verosimile che non quello uscito dalle penne di altri?

Segue qui nella seconda parte.