Archive for the ‘recensioni’ Category

La bestia e la bella – S. De Mari

Quante volte, davanti all’ingiustizia e all’iniquità, abbiamo pensato che sarebbe bello che la ruota girasse anche per gli arroganti e che il Fato, o il karma, li facesse diventare creature minuscole, neglette, povere di mezzi e di spirito, per pareggiare i conti?
In questo piccolo libro di Silvana De Mari, La bestia e la bella, accade esattamente questo, come solo nelle grandi e semplici fiabe può succedere.

Un principe, arrogante, antipatico ed ingiusto con i più poveri del suo regno, viene inspiegabilmente trasformato in un cane. Non uno dei suoi altezzosi cani da compagnia o i suoi potenti cani da caccia, bensì in un botolo pulcioso, di razza indefinita, e nemmeno tanto bello.
Da quel momento si troverà quindi solo e abbandonato al freddo e al gelo, scacciato da tutti come lui stesso scacciava i bisognosi dalla sua vista, finchè qualcuno di insospettato, proprio grazie alla sua condizione di cagnolino, gli darà una lezione di vita che lo cambierà nel profondo.

Non si può certo dire che questa favola sia particolarmente originale o stupefacente, in fondo per qualunque adulto è semplice immaginarne il finale. Il valore aggiunto è costituito dall’abilità della De Mari, che già abbiamo rilevato nel suo pregevole L’ultimo orco e che qui da il suo meglio proprio per rendere unica una storia delle più semplici.
La De Mari scrive “di pancia”: si lascia trasportare dal racconto, con l’eloquenza dell’istinto, al punto da far sorridere spesso il lettori in molti passaggi. Ma di istintivo non c’è niente, anzi: l’esperienza da psicologa si esplica anche in questo volumetto, scegliendo similitudini e sfaccettature dei personaggi che li rendono veri, vividi, pensanti, con sentimenti veri. In una parola, umani, in cui ciascuno può riconoscere le proprie debolezze.
Consigliamo questa favola a tutti: ai bambini, alle loro mamme, a tutti quelli che si arrabbiano davanti alle ingiustizie e che vorrebbero che la gente imparasse a riconoscere i propri errori e a diventare delle persone migliori.

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L’ultima sposa di Palmira – G. Lupo

Il grande terremoto del 1980 che colpì l’Irpinia e fece tanti danni e tanti morti in Campagna e Basilicata, fece scomparire anche un piccolo paese, ignoto ai più, dall’esotico nome di Palmira. Si reca sul posto un’antropologa, per documentare la realtà locale del disastro. Invece di trovare la disperazione che ha già visto più volte in scenari simili, incontra un falegname, Mastro Gerusalemme, che sta realizzando i mobili per una futura sposa, Rosa Consilio, l’ultima sposa di Palmira. Attraverso un intarsio e una visita al paese distrutto, Mastro Gerusalemme racconta storie al limite del surreale, del fantascientifico e del pagano, che hanno popolato Palmira e i suoi abitanti di superstizioni, riti scaramantici e misteri.

L’ultima sposa di Palmira di Giuseppe Lupo racconta, con uno stile che definiremmo quasi desueto, una storia fatta di misteri e credulità popolare che ci fa ricordare La casa degli spiriti della Allende, forse portato ancora più all’estremo.
La cura e la scelta di ciascuna espressione traspare da ogni pagina: nessuna parola è stata lasciata al caso, anche la scelta di vocaboli di marcata “meridionalità” manifesta una scelta ponderata e voluta, che serve ad avvolgere il lettore nelle spire del tempo, portandolo indietro, facendogli credere di leggere un romanzo dei primi del ’900 invece di un testo moderno. Stride, infatti, rendersi conto che il testo è ambientato solo nel 1980, e fa quasi storcere il naso leggere di oggetti e concetti moderni.

In questo libro a farla da padrone è certamente lo stile, come detto, e senza dubbio questi episodi così particolari fanno sì che la lettura non sia mai monotona o prevedibile. A parte questo però, questo libro ha un po’ poco mordente, poco ritmo, forse perchè non ha una vera e propria evoluzione, bensì racconta uno spaccato di vita inframmezzato di racconti che fanno parte di uno stesso contesto ma che riescono poco a formare un tutt’uno organico.
La lettura è lenta, meditativa forse, ma con poco sprone per proseguire.
Nel complesso non si può certo dire che sia un cattivo libro, ma forse è dedicato a palati adatti, che ricercano storie immaginifiche di vecchio stampo, che amano perdersi dietro chimere e antichi fuochi fatui.

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L’umore del caffè – M. Miele

Il Nero torna al suo paese natìo, Ginepre, reduce dalle batoste della vita ricevute in quel di Roma. Lì prende gestione del locale commissariato e ben presto si trova a dover riaprire il caso dell’omicidio di quattro ragazzi suoi coetanei e amici brutalmente uccisi vent’anni prima durante una festa sulla spiaggia per il quale non fu mai trovato un colpevole. Tra piatti di pesce in compagnia, ricordi di gioventù e indagini a volte con mezzi un po’ amatoriali, il Nero e i suoi amici riusciranno a far chiarezza su un mistero che ha attraversato la loro gioventù, il loro piccolo paese e le loro vite.

L’umore del caffè è il romanzo di esordio del toscano Marco Miele, un giallo leggero, ironico, molto influenzato dall’ambiente in cui si svolge la vicenda che è poi la terra dello stesso autore, che riesce a trasmettere in modo a nostro parere efficace quella certa aura scanzonata tipica dei toscani.
La struttura della trama è piuttosto ben pensata, la tempistica degli eventi è ben calibrata ed il grado di mistero viene dosato con efficacia lungo tutto il romanzo, mantenendo viva l’attenzione del lettore. I personaggi sono vari e tridimensionali, piacevoli nelle loro caratteristiche peculiari, si descrivono efficacemente da soli, con le loro stesse parole e le piccole manie. Particolarmente ben riusciti sono gli amici stretti del Nero, in entrambe le versioni giovani e mature, mentre i personaggi a corollario, come i colleghi del protagonista ed alcuni elementi più a margine, sono molto meno definiti e quindi risultano incolori accanto agli altri.
La pecca fondamentale di quest’opera è la completa mancanza di editing, del quale avrebbe molto bisogno per correggere in particolare la punteggiatura, del tutto arbitraria.
Anche la costruzione dei periodi spesso è farraginosa e il ricorso al regionalismo in alcuni passaggi è talmente marcato che risulta quasi impossibile capire l’effettiva dinamica senza rileggere almeno un paio di volte la porzione di testo. Il tratto più importante dell’apertura del romanzo, la descrizione dell’aggressione dei quattro ragazzi, è così confusa e senza pathos che rischia di non catturare adeguatamente l’attenzione del lettore.
L’umore del caffè è senz’altro un buon tentativo per questo scrittore alla prima fatica, che dimostra un potenziale grezzo ma concreto, che con un po’ di cura maggiore e magari l’aiuto di un lettore professionista potrebbe esprimersi al meglio, con buona soddisfazione per autore e lettori.

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Le radici del cielo – T. Avoledo

Nello scenario post apocalittico proposto da Metro 2033 di Dmitry Glukhovsky, i riflettori si sono spostati a sud, in Italia. La terra del sole si è trasformata in una landa desolata sferzata dal vento gelido e dalla neve. Piccole comunità si sono conservate, più o meno in salute, spesso grazie alle antiche città fortificate le cui mura hanno ripreso la loro originaria funzione. Nella città eterna, cuore pulsante della storia e della fede, i superstiti si sono rifugiati nelle catacombe di San Callisto e lì hanno fondato il Nuovo Vaticano. Il soglio pontificio è vacante da 20 anni, e la credibilità della Chiesa inizia ad essere sensibilmente in pericolo. Il cardinale camerlengo quindi invia padre John Daniels all’esterno, in una missione che ha dell’incredibile: arrivare fino a Venezia e convocare a Roma il Patriarca, l’unico esponente della Chiesa di Roma in carica.

Tullio Avoledo ha realizzato con successo il capitolo italiano del grande progetto di Metro 2033 Universe, Le radici del cielo. Un romanzo molto affascinante, nel quale l’autore ha riversato tutto il suo talento visionario. Lo scenario è molto meno claustrofobico di Metro 2033, in quanto solo una parte piuttosto limitata dell’azione si svolge sottoterra, mentre il resto si snoda, al contrario, in viaggio. Le circostanze ambientali sono quindi le più varie: i protagonisti si troveranno a fronteggiare pericoli senza nome su strada, all’interno di palazzine ed edifici medievali, che non mancano di certo nel territoio italiano centrale ed intere cittadine, abitate dalle più bizzarre creature.
La storia viene narrata in prima persona dal protagonista, padre John Daniels, che si trova ad affrontare questo viaggio alla scoperta, di fatto, di come si è evoluto il sentimento di fede religiosa dopo la catastrofe. E’ infatti questo il punto focale del romanzo, studiare il futuro distopico della religione, quale forma avrà, se le credenze moderne riusciranno a sopravvivere o se ne verranno adottate di nuove, dopo che saranno state messe alla prova dall’avvento della paventata Apocalisse.
Avoledo riesce perfettamente nell’intento di congetturare queste forme di culto, disegnando scenari crudi e credibili. Di contro, moltissimi e variegati altri spunti interessanti non vengono colti, lasciando la sensazione nel lettore di essersi perso qualcosa che avrebbe potuto arricchire lo scenario di una profondità ancora maggiore.
Gli aspetti horror della storia indulgono volutamente nella crudezza, con dovizia di dettagli, con l’intento di sconvolgere il lettore ma manifestando piuttosto una certa ritualità che non riesce sempre a cogliere l’immaginazione del lettore lasciandolo spesso indifferente.

Nel complesso comunque Le radici del cielo costituisce una lettura appassionante, dinamica e ricca di colpi di scena, scritta con indubbia maestria (strizzando l’occhio agli stili più graffianti d’oltreoceano anche attraverso battute molto cinematografiche e citazioni più o meno velate di grandi classici della fantasy e della fantascienza), che si inserisce con efficacia all’interno dell’universo distopico post pocalittico che ormai stiamo imparando a conoscere.

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