Archive for June, 2010

Il giardino segreto - Frances H. Burnett

Trama: una giovane ragazzina malata che ha perso la famiglia in india, un misterioso ragazzo isterico afflitto dalla paura di dormire e un giovane capace di parlare con gli animali si incontrano nella brughiera inglese e cercano di scoprire cosa sia la vita in un giardino dal passato tragico.

C’è sempre da imparare dai libri per ragazzi, questo è certo. Ogni volta che ne prendiamo in mano uno pensiamo di trovarci al più una simpatica favola e, pagina dopo pagina, ci troviamo ad affrontare qualcosa di noi stessi che non avevamo il coraggio di vedere e magari ci viene voglia di cambiare, o almeno di provarci.

Ne Il Giardino Segreto quello che siamo costretti ad osservare è il nostro passato, ormai perduto, a contatto con la natura e con la sua misteriosa magia. Purtroppo, per come sta progredendo (?) il nostro stile di vita una storia del genere sarà sempre più difficile da realizzarsi. Dove sono finiti i salti con la corda di Mary? Dove sono finiti la curiosità per una gemma che si schiude, per le strane abitudini degli animali? Per noi che facciamo parte di quella generazione a cavallo tra il mondo prima e quello dopo l’avvento dei computer, forse sono un bel ricordo nostalgico.

Che pagina dopo pagina, accompagnato dallo stile scorrevole e leggero ma non per questo superficiale della Burnett, diventa una preoccupazione per i figli che forse un giorno avremo. E, perché no, un incentivo per fare qualcosa perché anche loro possano vivere nella natura come abbiamo fatto noi.

(Non mi sarebbe dispiaciuto un accenno ad un intrallazzo amoroso tra i tre protagonisti, avrebbe aggiunto un tocco di verosimiglianza al romanzo. Ma tant’è, non si può avere tutto.)

Edito da: Salani. Collana Gl’Istrici. Bella la copertina anche se un po’ scolorita nella parte bassa, ma temo sia un difetto della mia copia. Purtroppo la colorazione sparisce un po’ sulla piega da lettura, quindi i colori potevano essere di qualità un po’ migliore. La traduzione mi è sembrata buona, con un buon adattamento italiano del linguaggio infantile e campagnolo inglese. Buoni sia inchiostro che carta e impaginazione. Vale quasi tutti i soldi spesi.

Recensione scritta da RM

 

Tutto per una ragazza - N. Hornby

Di questo libro, “Tutto per una ragazza” abbiamo letto una recensione che esordiva più o meno così: “L’ho sempre detto: Hornby è un furbacchione”. Ci troviamo perfettamente d’accordo. Hornby è un furbacchione, e non è una novità. Ci ha raccontato la storia di un Peter Pan un po’ cresciuto in Un ragazzo, ci ha parlato di calcio, di aspirazione al suicidio, di musica e di libri, sempre condendo la sua prosa con quel tocco di ironia sapida e così british da rendersi inconfondibile.
Questo romanzo probabilmente non è il più noto della produzione di Hornby ma forse è l’esercizio di stile più notevole. Ci scrive fingendosi un diciottenne che narra l’inizio delle sue travagliate vicende quando di anni ne avea solo 16. Il risultato superficiale, secondo i più, è un romanzo indirizzato ai ragazzi e young adult, ma noi non siamo di questa idea. L’autore interpreta la parte dell’adolescente incasinato con una tale precisione e credibilità da renderlo estremamente efficace, ma al contempo inserisce valutazioni e pensieri profondi da adulto che solo un adulto sa cogliere. Un coetaneo del protagonista probabilmente mal sopporterebbe questi appunti, anzi, probabilmente mal sopporterebbe l’intero romanzo.
Sam, il ragazzo sedicenne, ha come uniche preoccupazioni nella vita la scuola, il futuro e lo skate. Ad una festa non conosce Alicia, che gli fa scoprire un mondo ed una serie di “attività” che non avevano mai suscitato il suo interesse. Finchè, un giorno… non scopre che potrebbe diventare padre, e allora tutto assume una dimensione diversa.
Questo romanzo probabilmente nasce sulla scorta della situazione sempre attuale del problema delle maternità in età giovanile nel Regno Unito. Non è però un libro educativo o moralista: affronta con semplicità il terremoto che una notizia del genere provoca nella vita di chiunque, in particolare per un ragazzo così giovane. La prosa è colloquiale e diretta ma soprattutto disarmante, comunicando, come spesso fa Hornby con tanta maestria, esattamente quello che ciascuno di noi intimamente pensa, ma che non ha il coraggio di esternare.
Hornby anche con questo volumetto fa centro nel bersaglio, sviscera l’argomento e lo seziona fino al dettaglio più imbarazzante e scomodo, e come sempre lo fa con arguzia ed ironia, lasciando sempre quel leggero retrogusto amarognolo, che nasce dal riconoscimento delle intime verità della vita.

 

Norwegian wood - H. Murakami

Trama: Toru è un ragazzo strano. Vive nel suo mondo e non si cura degli altri, ma ha sempre qualche insicurezza che gli crea problemi. Si innamora di Naoko, ma lei è profondamente segnata dalla morte del suo prim ragazzo Kizuki. Mentre cerca di riportarla alla normalità, in un vortice di morte si uniscono alla storia anche l’energica Midori e l’affascinante Nagasawa.

Questo libro è bellissimo e ogni lettore con un minimo di sale in zucca -e di gusto, ovviamente- dovrebbe leggerlo. Per il resto, ho capito da un bel pezzo che i romanzi giapponesi del dopoguerra non sono esattamente descrivibili a parole, troppo distanti dalla nostra cultura letteraria e troppo complicati perché uno come me riesca a scriverci su senza risultare -ai miei stessi occhi- patetico.

Posso parlare, al massimo, di quello che per me questo libro rappresenta. Anche se in maniera un po’ astrusa, non posso fare a meno di vederci un periodo della mia vita nero come la pece del quale ancora mi porto gli strascichi: non posso fare a meno di rivedermi in Toru -anche se senza le sue grandi capacità da amatore- e di trovare nella figura di Naoko alcune analogie con persone che in un modo o nell’altro hanno segnato la mia vita.

Ogni volta che metto mano a Norwegian Wood io entro in un mondo separato da quello reale, dove smetto di percepire quello che ho attorno e vivo solamente in funzione del libro: che so già come andrà a finire -lo sapevo anche alla prima lettura, maledetta prefazione, evitatela come la peste- eppure questo non mi serve a prepararmi. E così ogni volta sempre la stessa storia, sento qualcosa che si incrina, scricchiola, forse proprio si rompe.

Completamente al di fuori dalla normale produzione di Murakami, lo scrittore giapponese credo che dia qui il suo massimo in ogni senso: la storia, una vera e propria narrazione della vita di tutti i giorni priva di ogni elemento surreale, lo stile così delicato eppure pungente, penetrante, che riesce a travolgermi. Facendo danni, ovviamente, lasciando dentro di me segni del suo passaggio.

Credo che nella propria vita ognuno abbia “il proprio libro”, quello indimenticabile, quello da aprire per trovare sempre qualcosa da leggere, anche in poche righe. Norwegian Wood, per il momento, è il mio.

Edito da: Feltrinelli. In questa seconda edizione hanno corretto gli errori di rilegatura della precedente, inoltre mi piace molto di più il formato tascabile dei libri di Murakami, trovo le copertine molto più belle.

Recensione scritta da RM

 

La spada che canta - J Whyte

Come avevamo accennato nella recensione del primo volume, La pietra del cielo, eccoci a parlare del secondo romanzo di Jack Whyte parte del ciclo detto “Le cronache di Camelot”. La spada che canta forse è il romanzo più noto dell’autore, e segue da vicino gli eventi narrati nel primo volume. Lo stile è sempre il consueto, estremamente narrativo e scorrevole costellato e guidato dal resoconto storico. Forse proprio per questa sua continuità dal primo libro, è difficile sintetizzarne la trama, si può dire però che, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare dal titolo, la spada che canta, ovvero Excalibur, appare solo nelle ultimissime pagine, così come la maggior parte degli eventi veramente salienti viene rimandata, un po’ prevedibilmente, alla fine. Con questo volume termina la voce narrante del fabbro Publio Varro, gettando le basi per il narratore dei prossimi volumi, il celebre nipote Merlino.
Come già detto in precedenza, pregevole è l’impostazione della narrazione di Whyte, che fornisce un background storico che la rende verosimile e sempre aderente agli avvenimenti reali, ma al contempo presenta sotto una luce piuttosto inedita le vicende che anticipano la venuta di Artù, come una lunga ed ampia saga familiare e personale, del tutto scevra di misticismi o sensazionalismi che la letteratura di genere ci ha spesso fornito su questo tema.
Dobbiamo ammettere però di essere contenti di poter avere un cambio di narratore per almeno uno dei prossimi libri del ciclo: uno dei principali difetti dell’esposizione di Whyte è la caduta, spesso, nei toni banali ed autocelebrativi. Essendo il tutto impostato come una cronaca di vicende accadute in prima persona dal narratore, risulta un po’ stridente questo continuo affermare i successi e del protagonismo del personaggio. Sé stesso ed i suoi congiunti sono sempre i più svegli i più furbi, i più importanti, le idee che da loro scaturiscono sono sempre le più geniali e definitive, il consenso suscitato è equanime. Sul lungo periodo di due ponderosi romanzi come questi, il risultato è effettivamente un po’ pesante.
Tutto sommato però, l’abbiamo trovato interessante, sufficientemente poco impegnativo per permettere al lettore di poter passare sopra a queste pecche, costituendo una lettura di svago senza pretese e con la possibilità di scoprire qualche aspetto delle leggende arturiane di cui non sospettavamo l’esistenza.