Archive for April, 2010

L’ultimo orco - S. De Mari

Non è facile parlare di questo libro. A parte il fatto puramente tecnico per il quale abbiamo inavvertitamente letto questo romanzo che costituisce il secondo volume di una trilogia senza aver letto il capitolo precedente, L’ultimo elfo, questo libro contiene talmente tante cose che risulta quasi impossibile tracciarne esattamente una scheda.
Volendoci limitare alla trama, potremmo dire che L’ultimo orco è un fantasy, che narra di re decaduti e governatori malvagi, di regine coraggiose, di elfi, di spade magiche, di valore, coraggio e crudeltà. All’apparenza, alla lettura superficiale, è un fantasy come molti.
L’ultimo orco nasce dalla prolifica e ricca penna di Silvana De Mari, psicoterapeuta, della quale abbiamo letto tempo fa un bellissimo saggio sulla fantasy e sulle fiabe, Il Drago come realtà. Questo romanzo non delude, anzi. Le sue 700 e più pagine si lasciano divorare febbrilmente, una dopo l’altra, la narrazione è incalzante, la scrittura ricca ed evocativa. I personaggi sono i migliori che abbiamo letto da molto tempo: ricchi di sfaccettature, con una psicologia così complessa e vivida che è impossibile non sentirsi catturati. La trama, al contrario delle stragrande maggioranza dei fantasy è onestamente originale, ricca di colpi di scena. Il motivo di questa particolarità secondo noi risiede nell’ottica in cui il romanzo è stato scritto. In media gli scrittori di questo difficile genere puntano sulla trama e sugli effetti speciali che il contesto fantasy permette di ottenere con relativamente poco sforzo. In questo caso, la De Mari ha scritto tenendo in primo piano assoluto i personaggi e la loro profondità, le caratteristiche della personalità, le loro fragilità, la loro crescita. Le vicende quindi si dipanano in modo complesso ma fluido, naturale, come avverrebbero in una vita reale, rendendo la narrazione molto verosimile.
Inoltre, in particolare alla luce del saggio dell’autrice, L’ultimo orco è ricco di simbolismi, che toccano tematiche molto forti della vita reale, che fanno riflettere: la fame, il razzismo, il rispetto, la morte, l’onore, il dolore, l’umiliazione. Il governatore malvagio lo è oltre ogni clichè, la regina coraggiosa è anche crudele, il condottiero senza paura è marchiato da abominbevoli natali, la principessa è ridotta alla fame e agli stenti. Niente è banale e niente è per caso, pagina dopo pagina la trama si intesse di dettagli di valore per l’intera opera.
Lo stile della De Mari è fenomenale, è così deliziosamente italiano che immaginiamo impossibile rendere in un’altra lingua. Descrive con perfezione gli stati d’animo di ciascun personaggio, passando dalla voce narrante neutra al punto di vista personale di ciascuno, dando voce ai sentimenti con una naturalezza accattivante. I momenti onesta commozione si alternano in molti punti del romanzo ad attimi di delizioso sarcasmo e moti di spirito.
Insomma, provvederemo al più presto a completare la trilogia con i capitoli mancanti, ma possiamo dire che anche così, L’ultimo orco è indubbiamente uno dei migliori fantasy che abbiamo mai letto e che consigliamo con entusiasmo a tutti, giovani e meno giovani, a chiunque ami il genere (e non lasciatevi intimorire dall’autore italiano, non vi pentirete) e a chiunque desideri farsi trasportare da una storia cruda e dolce al contempo, come solo la vita stessa può essere.

 

L’Albergo delle donne tristi – M. Serrano

Floreana è triste e, come lei, tutte le ospiti dell’Albergo di Elena, situato nell’isola cilena di Chiloé.
Perché lo sono? Per tanti motivi: l’amore non corrisposto, la paura, la perdita, il dolore. Ogni motivo nell’Albergo viene condiviso e ascoltato da tutte le ospiti, tutte donne, di ogni età e ceto sociale.
Ma Floreana non è solo triste: una parte di lei vuole estraniarsi dalla quotidianità rifugiandosi nel suo lavoro di storica. Floreana fugge dal dolore a modo suo, pur senza riuscirci presa in ostaggio dai ricordi e da ciò che ancora la tiene ancorata alla realtà, come le sorelle e il figlio José.
L’Albergo delle donne tristi di Marcela Serrano è un libro di donne per le donne, ma gli uomini non sono banditi, al contrario, spesso sono l’argomento principale di cui discutere e su cui riflettere.
Una domanda riecheggia per tutto il romanzo: gli uomini hanno paura delle donne di oggi? Di quelle donne che reclamano indipendenza e libertà anche per loro stesse?
Ed è la paura che li spinge a tradirle, abbandonarle, ad abusarne sia fisicamente che psicologicamente?
Attraverso la storia di Floreana, della sua attrazione per un uomo scostante, ma dall’animo sensibile, la Serrano si avventura per gli impervi sentieri dell’amore e della sessualità, non senza inciampare ogni tanto lungo il cammino.
Si sa che amore e luoghi comuni facilmente vanno a braccetto e le storie romantiche corrono il rischio di risultare stucchevoli e scontate, ma in questo romanzo l’autrice si mette in gioco ed evita di affidarsi a generi prestabiliti quale quelli dei romanzi d’amore alla Nicholas Sparks, dei chick lit alla Sophie Kinsella e degli Harmony.
La sfida non era facile e ogni tanto la narrazione sembra appesantita dalle riflessioni psico-filosofiche che un saggio avrebbe accolto meglio, pur privandole di poesia.
L’Albergo delle donne tristi non è una lettura d’intrattenimento e anche se alcune scelte di stile, secondo me, hanno pregiudicato la fluidità nel ritmo, rimane un romanzo interessante che fa sorgere nel lettore le stesse domande che tormentano i personaggi: “Dopo una brutta delusione, saprò fidarmi e amare di nuovo qualcuno?”
Floreana affronta una sorta di rieducazione sentimentale e il lettore con lei. Anche lui per un po’ vive nell’Albergo, si sente libero di porsi domande scomode e di provare a dare una risposta.
Perché, come dice Floreana: “[Elena] si fa carico di noi. Il suo obiettivo è quello di guarirci, non di cambiarci, perché proprio il conforto che lenisce le ferite fa scattare il cambiamento, e questo conforto lo provi semplicemente per il fatto di essere stata accolta senza giudizi, senza rimproveri”.

Recensione scritta da LM: L’Imbrattacarte

 

Monsieur Malaussène - D. Pennac

Trama: le puttane di Genvaise che spariscono, la proiezione di un Film Unico, Berthold che si crede Dio e un illusionista che fa della sparizione uno stile di vita e Rabdomant in pensione. Ma proprio in questo momento dovevi nascere, Signor Malaussène?

E prima venne l’Occhio del Lupo. Poi seguirono, nell’ordine, Abbaiare Stanca, la Prosivendola, Diario di Scuola, Come un Romanzo, la Fata Carabina e il Paradiso degli Orchi. Ho impiegato un bel po’ di tempo ad esplorare una piccola parte della bibliografia di Daniel Pennac, avrò iniziato a sei anni, leggendo solo sette libri. E tralasciando il primo, per cui sono giustificato dal fatto che a sei anni non sapevo nemmeno cosa fosse, ho sempre pensato che per ognuno di questi Pennac meritasse il dannato Nobel alla letteratura. Ho mai cambiato idea? Mai. Il Signor Malaussène mi avrà fatto cambiare idea?
Ma quando mai! Questo è probabilmente il miglior libro della saga, e lo dico in barba a tutti coloro che assegnerebbero questo posto a Il Paradiso degli Orchi. Signor Malaussène è la summa non solo letteraria della Saga dei Malaussène, potrebbe tranquillamente costituirne la saga logica ed è assolutamente un capolavoro di scrittura. Scrittura di ogni tipo: descrittiva, saggistica, flusso di pensiero, tutto. Non mi sono annoiato un secondo, non ho pensato di saltare una pagina, ma nemmeno una riga, questo libro è semplicemente troppo bello. Senza dimenticarmi delle lacrime in ben due occasioni, una a metà libro e una sul finale, che ho interpretato come un piccolo regalo ai fan della saga.

Ma vi pensavate che le serie fantasy di Terry Brooks o della Troisi o di chi **** altro so io fossero le uniche che valesse la pena leggere? Filate a comprare i libri dei Malaussène: saranno anche ambientati nella Francia del XX secolo, ma in quanto a stranezze questi qui battono tutti. E, a proposito, occhio a Benjamin Malaussène: sarà capro espiatorio, ma porta più sfiga lui della Signora in Giallo!

Edito da: Feltrinelli. Solito ottimo lavoro per la Feltrinelli, che nell’Universale Economica ha forse la sua migliore collana in termini di qualità dei titoli, del libro in se e di costo del volume.

Recensione scritta da RM

 

Gli incubi di Hazel - L. Deeny

copertina gli incubi di hazel Può una storia che dovrebbe far paura insegnare i buoni sentimenti?
Hazel è una bambina di otto anni con qualche problema a gestire la rabbia e a farsi degli amici. I genitori partono per una vacanza di due settimane e lei si ritrova a convivere con la dispotica zia Eugenia e il timido cugino Isambard nel loro vecchio e decadente maniero. Il ritratto che l’autore, Leander Deeny, dipinge della zia è quanto di più vicino alla rappresentazione di una persona insopportabile che chiunque desidererebbe veder soffrire le pene dell’inferno. La vendetta diventa quindi per Hazel (e non solo per lei) una dolce ricompensa per i torti subiti. Sin qui niente di straordinario se non che la vicenda assume sempre più i tratti del grottesco e del surreale lasciando il lettore con la curiosità di scoprire “chi rimetterà ogni cosa al suo posto”.
Lo stile semplice e verosimile è uno dei pregi del romanzo, accanto all’originalità della storia che pur essendo destinata a un pubblico molto giovane non risulta mai banale o scontata.
Se amate l’ironia e non pensate di essere troppo grandi per un libro dedicato ai bambini, Gli incubi di Hazel potrebbe sorprendervi piacevolmente.
Conta poco più di 200 pagine nella versione paperback della Newton Compton Editori e il prezzo è particolarmente invitante (4,90 euro).

Recensione scritta da LM: L’imbrattacarte